Set182007

Le isole Gili

Del lungo spostamento da Ubud verso le isole Gili, un’intera giornata, ricordo in particolare le due orette intorno al tramonto. Non la mattina, passata in un piccolo autobus con sedili “a norma” asiatica (quindi di dimensioni ridotte, taglia “S”) e passeggeri “a norma” occidentale (quindi di taglia L o XL). Leggasi: stipati come sardine! Non il lungo pomeriggio nel traghetto “intercontinentale” (poi spiego perché) per raggiungere Lombok, passato a dormicchiare dentro la barca mentre la maggior parte degli altri passeggeri, in particolare quelli di sesso femminile, si abbrustolivano nella terrazza in alto, sotto il cocente sole tropicale (non capirò mai questo auto-sadomasochismo).

Rimarrà invece per me memorabile quando, appena il sole era abbastanza basso da non dare più fastidio, sono uscito fuori dalla mia buia tana e mi sono appollaiato in una panchina su un lato della barca, lo stesso lato in cui c’era un sole che aveva già iniziato la variazione cromatica dal giallo = caldo terribile = fastidio, al rosso = tepore piacevole = riflessioni varie. Dei 5 sensi che abbiamo, se si riesce a raggiungere il top su almeno 2 nello stesso momento, si sta divinamente. E così, con il mio piccolo lettore mp3 ho cliccato “play” sulla mia musica preferita proprioi mentre la natura aveva già cliccato “play” sul film che mi avrebbe tenuto 2 ore incollato alla panchina. Se la vista del mare, con la sua immensità e colore, è già di per se piacevole in ogni momento, abbinata ai colori del tramonto lo diventa ancor di più. 🙂

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Tramonto sulla linea di Wallace

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In tarda serata, quando ormai è già buio, arrivo così in Oceania. Già, perché il canale di mare fra Bali e Lombok, la cosiddetta “linea di Wallace”, segna il confine geografico e biologico fra Asia e Oceania. Ma niente paura, non sto tornando in Australia. Trascorro invece una settimana fra le isole Gili, vicine alla più grande isola indonesiana di Lombok: Gili Trawangan, più turistica e dotata di tanti hotel, ristoranti, bar e negozietti, e Gili Meno, più piccola e selvaggia, solo natura e pochi hotel/ristoranti, zero vita notturna, silenzio e solo rumore delle onde. Niente asfalto in tutte e due, solo strade di sabbia o terra (si può girare scalzi!). Entrambe dotate di spiagge stupende e bianchissime, in quanto c’è la barriera corallina vicina, con l’acqua del mare che qui, udite udite, raggiunge la trasparenza del mare sardo.

E come si misura?

Ecco un semplice “test di misurazione trasparenza acqua marina”. Entrate in acqua fino …. continua a leggere qui >>

Set102007

Ubud, il cuore di Bali

Con la sua posizione più centrale rispetto a Kuta, Ubud è un ottimo punto di partenza per le varie visite ai luoghi più interessanti dell’isola. Poi con il motorino è una favola! E’ un vero piacere percorrere le stradine dell’isola in moto, oltre che economico. Qui a Bali lo scooter mi sta piacendo così tanto che, quando torno in Italia, credo sarà il mio futuro mezzo di trasporto (se non un’ancora più economica bici) anziché un’altra auto.
Unico neo: a Bali per guidare ci vuole la patente internazionale, che non ho. E inoltre si guida a sinistra, il che rende gli incroci un po’ più complicati. Se poi aggiungo l’assicurazione che non ho voluto acquistare (costava 1 euro in più al giorno), qualche rischio non manca neanche qui.

Dopo aver visitato la locale “Monkey Forest”, un parco in mezzo alla città con 3 piccoli templi e tante scimmiette intorno, con la mia bella Honda nera un giorno mi avvio verso il maestoso Pura Besakih, il tempio Indù più grande di Bali, ad una cinquantina di chilometri verso nord.
Dopo una mezz’oretta di viaggio però, subito dopo una curva, c’è una sorpresa che mi aspetta: un grande posto di blocco della polizia! Ci sono almeno 7 od 8 agenti che stanno fermando tutti i motorini. Cerco di temporeggiare facendo finta di non capire (il poliziotto parla malissimo inglese) ma il mio trucchetto ha vita breve.
– “Driving license, please”
– “Ehm… I left it in my hotel (l’ho lasciata in hotel)”.

Naturalmente non ci crede e, con la faccia da poliziotto duro asiatico che, rispetto alle facce da poliziotto duro sudamericano fa molto meno paura, facendosi aiutare da un altro poliziotto che parla meglio l’inglese emette la mia sentenza, pur se sono senza avvocato, con due diverse opzioni a mia scelta:
– sentenza n° 1: sequestro immediato della moto (e conseguente rientro a piedi per i 20 Km già percorsi) e processo la mattina dopo in tribunale in una città non tanto vicina, Bangli;
– sentenza n° 2: multa di 100.000 rupie (8 euro) da pagare subito.

Anche qui in Indonesia quindi, come in sud America, c’è sempre un’opzione “b” che mette tutti d’accordo. Qualche soldo (che si intascano loro) che alla fine anche a me conviene. La patente internazionale in Italia mi sarebbe costata molto di più (se non ricordo male quasi un centinaio di euro).

Superato il primo intoppo, che comunque un po’ di timore me l’ha creato, mi avvicino ancor di più al grande tempio e mi accorgo che dev’essere una meta frequentatissima dai turisti (incontro infatti diversi pullman pieni). In una sosta lungo la strada, davanti a delle bellissime risaie, appena scendo dalla moto saltano fuori diversi venditori ambulanti che mi circondano. Un tipo, particolarmente insistente, mi vuole vendere una bella scacchiera di legno con le pedine intersiate a mano, per 10.000 rupie (meno di 1 euro). Molto molto bella ma… dove me la metto? Un’altra cosa bella del giro del mondo è che si è liberi dalla tentazione di comprare souvenir, come mi accadeva in passato nei viaggi di un mese, perché poi non ci si può portare dietro la roba per mezzo mondo. Ma se riesco a superare questo rompi…. ehm, questo venditore insistente, ci casco poco dopo con un’altra che mi rifila una (bella) magliettina per 20.000 rp (1,5 euro).
Riparto, deciso a non fermarmi più finché non arrivo alla “terra santa” (il tempio) ma… STOP! Ad un incrocio mi ferma una guardia: devo pagare 5.000 rp di tassa governativa perché sto per passare davanti ad un bel lago. Ok, il panorama è bello, ma io non son qui per il lago.
Pago e riparto, arrivo finalmente al tempio e…. STOP! Tassa d’ingresso, 10.000 rp. Ok anche qui, c’è in tutti i templi più grandi.
Pago, mi avvio verso l’ingresso, ma…. STOP! Non si può entrare senza il sarong (un pareo maschile). Se in tutti i templi in cui son già stato lo prestavano, qui lo vendono o lo noleggiano. Scelgo il noleggio, 10.000 rupie. Uff, acc, grunt!
Metto il sarong, mi sposto e…. STOOOOOOP!! Ma che cavolo c’è ora???? E’ obbligatoria la guida per entrare, e qui le guide si sono associate in cooperativa.
– “Ma io la guida non la voglio”, gli dico.
Se dovessi farmi accompagnare da una guida in ogni tempio dove entro…. Ma niente da fare, qui ci vuole per forza e sono irremovibili, al punto che me ne assegnano una gratis, la quale poi mi chiede comunque un compenso. 20.000 + 5.000 rp di mancia involontaria (cioè su richiesta).

Riesco così, finalmente, …. continua a leggere qui >>

Lug62007

AUTOSTOP IN NUOVA ZELANDA

I primi giorni in Nuova Zelanda son stati un po’ traumatici. Dopo tanti mesi in Brasile non mi sembra vero non esserci più. E tutto poi qui è così diverso. Oltre la lingua, il clima (qui è inverno), la gente (più fredda), le case (più moderne), le auto (più costose), le strade (senza buchi), l’ostello. Quest’ultimo è perfetto. Inserito fra 3 o 4 grattacieli luccicanti, pulito, impianto antincendio in ogni stanza, porte sbarrafuoco ma, anche, una marea di divieti: non fumare, non mangiare in stanza, non bere, non urlare, non suonare, non lasciare i piatti sporchi, non fare questo, non fare quello, questo no e quell’altro pure no. Ben diverso dalla generale anarchia sudamericana!
Scopro che in Nuova Zelanda (ed anche in Australia) è strettamente vietato bere alcolici per strada. Si può solo nei bar, minori esclusi, in caso contrario multe altissime. Un giorno una brasiliana che ho conosciuto in ostello (per fortuna ci sono anche qui!) mi ha detto che in un bar di Auckland dove era entrata hanno scoperto che era minorenne. Il titolare allora ha chiamato la polizia la quale le ha fatto una foto che poi ha inviato a tutti i locali pubblici della città, segnalando il fatto che era minorenne e che quindi non doveva essere lasciata entrare nei bar. Neanche fosse un serial killer!
Tanto diverse le persone, generalmente molto meno socievoli dei sudamericani, pur se sempre cordiali e gentili. Più di una volta, per strada, mi è capitato che qualcuno, vedendomi con la cartina della città in mano, mi chiedesse se avessi bisogno d’aiuto.
Estrema gentilezza, estrema correttezza, ma non di più, così si può sintetizzare l’atteggiamento dei neozelandesi.

Auckland, nord della Nuova Zelanda, prima tappa. Città ultra-moderna e cosmopolita. Molte facce asiatiche, tanti giapponesi, molti polinesiani. Mi fermo quattro giorni e poi inizio la discesa verso il Sud. In Autostop.

Vista di Auckland dalla Sky Tower

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AUTOSTOP

Anche la Lonely Planet cita l’autostop, e spiega anche i punti migliori dal quale conviene farlo.
Da Auckland mi reco così, in bus, nel primo paesino fuori dalla città. L’autista, meravigliato della mia destinazione, mi chiede che ci vado a fare a Mercer, quel paesino dove non scende mai nessuno. “Ho un amico che vive qui”, gli dico, mentendo spudoratamente.
Un centinaio di metri a piedi fino all’autostrada e… via! Pollice su.

Devo dire che all’inizio mi sento un po’ un deficiente, anche perché l’ultima volta che l’ho fatto sarà una ventina di anni fa. Ma, d’altronde, c’è una bellissima giornata, il sole risplende, c’è un rilassante laghetto davanti, le colline sono verdissime e mi ascolto anche un po’ di salsa con il lettore mp3. Tutto ok, quindi.
20 minuti e si ferma la prima auto, anche se mi lascia pochi chilometri dopo. E così via, con altre 3 tappe, arrivo a Rotorua quando il sole sta tramontando. Quando inizia a fare buio le probabilità di essere presi calano rapidamente. Il buio crea incertezza. Così non mi resta che cercare un alloggio per passare la notte e ripartire poi il giorno dopo. Si perché qui, pur se località famosa, non ho molto da fare. Le attrazioni di Rotorua sono: 1) acque termali sulfuree… che mi frega? Ci sono anche in Italia; 2) visita al centro Maori per assistere ai balli e canti dei Maori…. mi sa di falso e turistico; 3) Zorba, una grande palla di gomma dove ci si infila dentro e si rotola…. ???
Ok, contando che ognuna di queste “attrazioni” mi costa quanto un intero budget giornaliero, decido di ripartire la mattina dopo.
Sveglia, doccia, anche un po’ di profumo, vado all’appuntamento con una signora: la strada.
In fin dei conti con l’autostop si risparmia ma non poi così tanto, le distanze non sono enormi. E’ come andare da Milano a Palermo. Non conosco esattamente il costo dell’autobus, ma sarà intorno ai 200 NZ$ (120 €). Ma l’esperienza in se stessa è ottima, prove tecniche di vagabondaggio! 🙂 Si passano diverse ore a stretto contatto con gente del posto, gente comune, e si parla così su argomenti di normale quotidianità, sulla vita di tutti i giorni, tanti aspetti di vita che in un museo non si potrebbero mai trovare.

Autostop in Nuova Zelanda

Autostop in Nuova Zelanda

Ripartendo da Rotorua stabilisco il mio record personale di autostop: 4 minuti di attesa! E per di più quest’auto va fino a Wellington, alla fine dell’isola di Nord, dove avevo intenzione di fermarmi qualche giorno. 480 km, 6 ore di viaggio.
Il tipo che mi prende è un po’ strano, ha qualche problema fisico. Quando mi affaccio al finestrino per parlarci non gira la testa, ma solo gli occhi, come un camaleonte. Forse ha il torcicollo, penso. Partiamo, e qualche ora dopo ci fermiamo per una pausa caffé. Quando scende dall’auto rimane con la stessa posizione di quando era seduto, cioè con la schiena piegata a 90°! Al bar ci potrei appoggiare il bicchiere di caffé sulla sua schiena perfettamente piegata. 😀 A parte questo, è una persona molto interessante e colta, e molto informata su tante cose. E’ un predicatore (o pastore) protestante, che mi spiega tanti aspetti del suo paese, alcuni molto interessanti. Per esempio, siccome da questi primi giorni in Nuova Zelanda il paese mi sembra molto sicuro e tranquillo, gli chiedo se ci sono molti problemi di criminalità. Mi dice (come ho già scritto nel precedente post) che ci son circa 60 omicidi l’anno, per la maggior parte ad Auckland, la città più grande. Mi viene subito da pensare a Rio, dove ce ne sono 20 al giorno! Il sud è tranquillissimo, la polizia non ha un granché da fare.

Bellissimi gli scenari che attraversiamo in quelle 6 ore di viaggio. Si passa dai vasti prati verdi con tante palline bianche in mezzo (pecore, 40 milioni in tutto il paese, e 4 milioni di abitanti), agli alti boschi di abeti e pini, dalle montagne secche senza neanche una pianta ai laghetti fra i monti.

Boschi in Nuova Zelanda

Boschi in Nuova Zelanda

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Wellington: una serata italiana

Stanco di mangiar solo panini, una sera a Wellington vado in centro alla ricerca di una pizzeria, meglio se italiana. Dopo un po’ di giri scorgo un cartello che indica un vicolo buio e mi infilo così in una mini-pizzeria d’asporto. Il pizzaiolo è italiano, di Napoli, e vive qui da 10 anni. Dentro c’è, seduto ad un tavolo, un pugliese, che fa il cuoco in un ristorante. Poi entra un ragazzo di Napoli, che lavora in uno studio cinematografico di effetti speciali. Dopo un po’ arriva il fattorino della pizzeria, un ragazzo di Bologna. Infine entra un’altra italiana, una ragazza che insegna italiano all’università.
Finora in Nuova Zelanda non avevo incontrato neanche un italiano, ora in un colpo solo siamo in 6. E tutti per caso, anche gli altri non si conoscono fra loro. Era da quando ero in barca sul Rio delle Amazzoni che non parlavo italiano con qualcuno, e ogni tanto fa piacere.
W l’Italia e W la pizza, che unisce gli italiani! 🙂
Qui visito il più importante museo neozelandese, il TePapa Museum, ma devo dire che ne ho visto di più interessanti.

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Il Sud

Da Wellington traghetto simil-Tirrenia (per dimensioni, non per igiene) fino a Picton, dove mi fermo una notte, e poi via di nuovo con il pollice in su. Qui mi prende in auto una signora molto simpatica, appassionata di musica italiana, che appena sa che sono italiano si ferma, apre il cofano, prende una cassetta dove ha alcune canzoni italiane e la mette nell’autoradio. Che musica potrebbe essere? Come sempre accade quando si sente musica italiana all’estero, si tratta di canzoni si Sanremo di almeno 20 anni fa. Faccio finta di gradire la musica, sperando si rompa l’autoradio al più presto. Poco dopo, altra auto, questa volta diretta fino a Christchurch, 330 km e 5 ore dopo. E’ una ragazza con un grande fuoristrada che sta andando a sciare nelle Alpi.

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Christchurch

Se nell’isola di Nord, anche se inverno, non faceva molto freddo, qui a sud invece si sente. Ci sono 12° di giorno e la notte siamo poco sopra lo zero. Nonostante ciò, spesso la sera si vedono in giro ragazzi con magliette a maniche corte e ragazze con canottiere estive. Ma come fanno?
Christchurch, dicono gli opuscoli (dalla Nuova Zelanda in poi niente più Lonely Planet, se non saltuariamente scroccata da qualcuno), è la città più inglese della Nuova Zelanda. Prima di scoprire perché, me ne accorgo quando vado in bagno: è l’unica località della Nuova Zelanda dove trovo i rubinetti separati, come in Inghilterra. In uno acqua ghiacciata e nell’altro bollente. Chi mi sa spiegare perché, ancora adesso nel terzo millennio, in Inghilterra non usano i miscelatori?
In compenso scopro qui perché gli autobus cittadini sono sempre puntuali, spaccano il minuto. Addirittura nelle fermate principali c’è un display con il countdown dei minuti che mancano all’arrivo dell’autobus. Un autista mi spiega che ogni autobus è fornito di GPS (ricevitore satellitare)! Se è in anticipo viene chiamato dalla centrale e si deve fermare per lasciar passare il tempo. E se è in ritardo?”, gli chiedo. “Non deve succedere mai”, risponde. Neanche in Svizzera (credo) sono così precisi!
Niente di particolare da segnalare neanche qui, andiamo all’ultima tappa, Queenstown. Qui ci arrivo… in autobus! Si, alla fine getto la spugna e non riesco a finire il mio programma, attraversare tutta la Nuova Zelanda in autostop. A Christchurch un giorno aspetto più di due ore in strada e alla fine ritorno in ostello, è tardi ormai per arrivare fin giù. Però devo dire che ero in un punto non buono, alla periferia della città ma non completamente fuori, dove è sempre meglio farlo. Va bè, in ogni modo ho percorso 1000 km esatti in autostop, da Auckland a Wellington e da Picton a Christchurch. Non sono pochi.
Curiosità: le macchine nuove e più costose non si fermano mai, quelle più vecchie si. Ulteriore conferma che la ricchezza crea chiusura sociale e diffidenza verso gli altri. Il Brasile insegna.

Ecco il secondo gruppo di foto dalla Nuova Zelanda.

FOTO (43)

(Fra qualche giorno la terza e ultima parte sulla Nuova Zelanda. Ciao!)

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Giu292007

NUOVA ZELANDA – La perfezione

Sono in Nuova Zelanda, dall’altra parte del mondo. Sono a testa in giù rispetto a voi, ma il sangue non mi va in testa. 😀

La Nuova Zelanda è infatti il paese agli esatti antipodi dell’Italia. Non c’è luogo più lontano, nella terra, dove un italiano possa andare. Per andare più lontano l’unico modo è sborsare qualche migliaio di miliardi e salire sullo Shuttle. Fra l’altro ha quasi la stessa superficie dell’Italia, e ci sono pure le Alpi. C’è però una (fra le tante) grossa differenza: ha solo quattro milioni di abitanti, contro i nostri quasi sessanta. C’è quindi molto spazio qui, e proprio gli spazi della natura, le valli, i laghi, le montagne costituiscono l’attrazione principale di questo paese. Talmente belli che ci hanno girato alcuni film importanti, come Il Signore Degli Anelli.
Sarà forse per i pochi abitanti, ma si sente poco parlare della Nuova Zelanda, per cui quando in passato pensavo a questo paese mi venivano in mente i Maori (i primi suoi abitanti, ancora presenti) e le regate della Coppa America, ad Auckland. E quindi, escludendo quest’ultima città, avevo un’idea della Nuova Zelanda come di una terra selvaggia e semideserta.

E invece…. tutto qui è perfetto, pulito, ordinato e soprattutto efficiente. Sono alla ricerca di almeno un difetto, che ancora non ho trovato. Palazzi moderni, strade perfette (senza un fosso o un solo avallamento), auto tutte nuove (le vecchie sono rarissime), negozi con la merce sempre in perfetto ordine, persone cordiali nonostante la loro natura anglosassone. E poi bagni pubblici dappertutto, anche per strada fra un negozio e l’altro, sempre riforniti di carta e sapone. Sembra una banalità, ma andate a cercarlo in Italia un bagno pubblico fornito di tutto. Anzi, andate a cercare un bagno pubblico. E per di più sono sempre puliti, anche per terra. Forse gli uomini qui fanno la pipì con l’imbuto. Oppure, come credo, li puliscono spesso.
E poi boschi e prati verdi dappertutto, parchi con piante sempre in ordine. Addirittura, da Auckland verso Sud, ai bordi della strada l’erba era ben rasata dappertutto, e gli alberi avevano sempre i rami bassi tagliati (credo per prevenire gli incendi d’estate).
Ancora: 60 omicidi l’anno, quanti a Rio in tre giorni, quanti in Italia in un mese. Un’alta immigrazione, soprattutto asiatica. Perché tutti trovano lavoro. Anche i vari cartelli e avvisi nell’ostello, quelli che si attaccano sempre in disordine, qui sono così: foglio A4, ben stampato con il pc, plastificato e attaccato dritto, equidistante dagli altri.
Ed essendo italiano, e per di più arrivando qui dopo sei mesi di Sud America, mi sembra tutto surreale. Ma un difetto glielo troverò, prima o poi!

Bene, in mezzo a tanta perfezione, dopo quattro giorni ad Auckland, la città più grande, sono partito verso il sud… in autostop! Nonostante sembri una cosa fuori dalle regole è questo, insieme all’Australia, il paese al mondo dove è più facile farlo e non è malvisto. Dai venti minuti di attesa vicino alla capitale, il punto più difficile, fino ai quattro minuti per l’ultimo tratto dell’isola di Nord.
E domani continuo nell’isola di Sud!

Ciao!

Ecco le foto di Auckland

FOTO AUCKLAND (27)

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Giu42007

MANAUS, e il sogno perduto

A Manaus scelgo un tranquillo hotel anziché rituffarmi nel trambusto di un ostello. Ogni tanto in viaggio ci vuole anche un momento di ritiro e riposo per ricaricarsi un po’ e sistemare alcune cosette, come per esempio gli ormai due mesi di ritardo nel riportare su carta (e web) i ricordi di viaggio.

Manaus è la città sudamericana più sfruttata per quanto riguarda le escursioni nella foresta, e per questo motivo ad ogni angolo di strada c’è qualcuno che propone “escursioni selvagge nella giungla” o “escursioni fuori dalle piste battute, dove gli altri non vanno”, incontri con indios e caimani, bla bla bla. Per lo più, visto l’alto numero di turisti che arriva qui per la foresta amazzonica, sono ormai escursioni troppo commerciali, da foto con il serpente nel collo (ebbene, una l’ho fatta anch’io!) o il grande pappagallo in mano. E per di più sono molto care. Io conservo i miei ricordi della escursione fatta tre anni fa nella foresta amazzonica del Venezuela, da solo con un indio per tre giorni nel suo piccolo villaggio, ed evito così questi poco allettanti tours. E risparmio. 😀
Mi concedo solo una visita di mezza giornata in una zona qui vicina, dove avviene l’incontro delle acque di due grandi fiumi: il Rio Negro (con acqua nera e calda) ed il Rio Solimoes (con acqua bianca – che poi è marroncina chiara – e più fredda). Per qualche chilometro i due fiumi scorrono paralleli e le acque non si mischiano, trasformando così il Rio Delle Amazzoni in un Rio Juventino (però non ruba acqua a nessuno). Poco dopo (siamo in barca) ci abbordano 3 o 4 canoe di ragazzini indios, ognuno con in mano un diverso animale della foresta da fotografare. Si, lo so, non bisogna incentivare questo tipo di molestie agli animali, però c’era un bradipo (che in portoghese viene chiamato “pigrizia”! :-)) con il viso così simpatico che non mi son trattenuto dal prenderlo in braccio per un po’. Con quelle sue 3 unghione, pur non appuntite, si ancorava dappertutto (braccialetto, cinghietta di orologio, spigoli della macchina fotografica). E così anche con un’anaconda, più inquieta del tranquillone bradipo, che si poteva prendere in mano solo tenendogli la bocca ben chiusa.

anaconda

In hotel una mattina mi perdo a far scendere l’acqua dal lavandino, ma il vortice che si forma non gira come dovrebbe. Mumble, mumble, siamo ora sotto l’equatore e dovrebbe girare in senso orario, ma qui gira un po’ come gli pare, in entrambi i sensi. Neanche lui rispetta le regole! Segue una ricerca su Wikipedia (la più grande miniera di cultura gratuita!) e risolvo il problema di oggi (bè, se in viaggio non ci son problemi importanti, qualcuno bisogna crearselo). Come al solito quello sentito in Tv era una vera e propria leggenda metropolitana. In una puntata di “Turisti per caso”, con Patrizio e Syusy, avevano fatto vedere che, spostandosi anche solo di un metro dalla linea dell’equatore, il senso del vortice cambiava. Balle! Vicino all’equatore la forza del cosiddetto “principio di Coriolis” è quasi nulla, quindi il vortice viene influenzato da altri fattori come la forma del lavandino o il movimento iniziale dell’acqua. Ecco, quindi potete anche non sprecare acqua quando sarete in giro nei pressi dell’equatore. Caso felicemente risolto, mi ricompenso con un bel Guaranà de Amazonas, sempre ottimo (la ricetta la sapete già).

A Manaus altre visite interessanti sono state quelle al Museo della Scienza di Manaus (bello e introvabile, più introvabile che bello perché, dopo che gli autisti di 3 autobus mi lasciano in 3 posti diversi, rinuncio alla sua visita), Palacio Rio Negro (chiuso 3 volte su 3 che ci sono andato – ci rinuncio), Museo Do Homen Do Norte (chiuso per restauri dal 2001!), Museo Do Indio (ok, finalmente) e il bel Parque Da Ciencia, con all’interno anche una discreta fauna amazzonica (l’enorme pesce bue, caimani, tartarughe, roditori, etc.).

caimani

Ma la visita più interessante è stata la visita alla casa di Nazarè! Ricordate la ragazza del precedente post? Dopo l’incontro nel traghetto, per tanti giorni ci pensavo continuamente. I suoi racconti della vita nella foresta e il suo attuale inserimento nella giungla cittadina mi avevano impressionato ed incuriosito tanto. Dopo vari tentativi per telefono falliti (vive ora praticamente segregata in casa, non può uscire) riesco a combinare un appuntamento a casa sua, anche se avrei voluto tanto uscire in giro con lei piuttosto che stare chiuso in casa. Ricordate il film “Crocodile Dundee”? Era la storia di un uomo che aveva vissuto sempre nella giungla e poi di colpo veniva portato nel centro di Manhattan. Ecco, la storia di Nazarè, anche se non così estrema, è molto simile, e sarei curiosissimo di vedere le sue reazioni girando per Manaus. Ma non mi do per vinto e, dopo un paio di giorni di chiacchiere in casa, riesco a convincerla ad una “fuga” nascosta in città. Nascosta perché ora sta vivendo e lavorando a casa di una cugina che vive in un lontano sobborgo periferico di Manaus, la quale le ha proibito di uscire perché, dice lei, la città è pericolosa e lei non conosce nulla. In parte ha ragione, ma così sicuramente è esagerato.

Arriva il fatidico giorno, 1 maggio. Possiamo uscire solo di giorno, quando la cugina è al lavoro. Dopo un’ora di autobus sono quasi arrivato a casa sua. Telefono per la conferma e invece di lei mi risponde il marito della cugina! E quindi chiudo subito. Accidenti, mi accorgo solo ora che anche qui il 1° maggio è festa nazionale, e nessuno lavora. Ecco il perché di quei cortei in centro. Grunt grunt, tutto annullato.
Secondo tentativo, 2 maggio. Oggi va!
Arrivo, è già pronta. Si è vestita bene, ha un elegante vestito nero e scarpe alte (ma se dobbiamo camminare in centro?). Ma è molto nervosa, non sa cosa c’è lì fuori. Non è mai uscita da quella casa, ha solo intravisto qualcosa dal finestrino dell’auto che il primo giorno l’ha portata lì.
Usciamo, prendiamo un autobus. Ora quasi trema, ha le mani sudate. Gli autobus cittadini brasiliani, così come quelli extraurbani, hanno solo due velocità: fermo o avanti veloce. Non ci sono vie intermedie. Solo che in città con tutti gli stop, fossi, semafori, curve e traffico, l’autobus balla continuamente da una parte all’altra. Peggio di andare a cavallo. Ed è, mi dice, la prima volta che sale in un autobus. Quando era nel suo villaggio a volte andava a far rifornimenti di viveri in un paese più grande, ma sempre con un auto di un vicino, mai usato mezzi più grandi.
Scendiamo nella “zona franca”, il centro di Manaus, dove ci sono centinaia di negozi uno a fianco all’altro, con migliaia di persone per strada. Nazarè rimane impressionata dalla quantità di gente, abituata com’è al suo paesino di 20 case, per di più molto distanti fra loro. Ma quando passiamo in una via con tanti negozietti straboccanti di abbigliamento le si illumina il viso! Bè, le donne sotto questo punto di vista sono sempre uguali.
Arriviamo così al grande teatro di Manaus, il palazzo più bello (progetto italiano!) e importante della città. E mi chiede:”Che cos’è un teatro?”. Ehm…. dunque…. allora.… Bò, non so cosa rispondere! Un po’ per il mio portoghese abbastanza semplice ma soprattutto per il fatto che non saprei come spiegarle cosa è un’opera o una recita (in casa prima non aveva neanche la Tv), me la cavo dicendole che ci fanno concerti di musica. Non voglio dirle cose che non può capire, credo le aumenterebbe la confusione che già ha. Ci giriamo dall’altra parte e vede una grande chiesa. Altra domanda:”Perché è così alta quella chiesa?”. Ehm…. dunque…. allora.… Acc, a queste domande non riesco a rispondere! Anzi, mi fanno venire dubbi anche a me. Perché le chiese sono così alte? Forse perché se fossero basse non ci sarebbe aria a sufficienza per respirare quando si riempie? Bò, questa è l’unica soluzione che mi viene in mente.
Per concludere il giro (abbiamo poche ore a disposizione), piuttosto che andare in un parco che forse, abituata com’è alla natura, non le direbbe molto, scelgo una meta caratteristica delle grandi città, che poi mi dirà è il luogo che le è piaciuto di più: l’Amazonas Shopping, il centro commerciale più grande di Manaus. Qui facciamo una foto seduti in un tavolino di un bar, e mi dice che gliela vorrebbe mandare alla mamma per farle vedere dove era stata. Caspita, per la foto davanti al bellissimo teatro Amazonas non aveva aperto bocca. E, dopo qualche problema nel salire e scendere sulle scale mobili (mette sempre i piedi al centro, fra uno scalino e l’altro), la riaccompagno a casa. Ne ha già abbastanza, troppe cose nuove. E poi ha paura che la cugina telefoni a casa e non la trovi.

Ricordate, dal precedente post, perché è venuta a Manaus? Per la voglia di conoscere il mondo? Si, se fossi ripartito da Manaus con il ricordo di quella breve chiacchierata in barca, avrei sempre conservato il bel ricordo di questa ragazza che, di sua volontà, aveva lasciato la terra natia per la curiosità di vedere cosa c’era al di là del fiume. Una bella poesia da conservare fra i ricordi di vita, più che di viaggio.

E invece… le poesie quasi sempre esistono solo su carta, non nella realtà.

Quando ci incontriamo a casa sua, in breve tempo mi racconta la sua vera storia. Si è appena separata, due settimane prima di partire. Ha un figlio di tre anni che è stata costretta ad abbandonare (per ora) con la forza. Il marito beveva, picchiava lei e il figlio, “mulherava” (in portoghese “andava a donne”) e, quando lei l’ha lasciato, l’ha minacciata di morte se portava via il bambino. E anche se non lo portava via. Così è dovuta scappare via, lontano, lasciando suo figlio ai genitori di lui e temendo per la sua stessa vita. In quel villaggetto sperduto nella foresta la polizia non esiste, tantomeno i servizi sociali.
Ma come, e io che pensavo alle baracche nella giungla, fra palme verdi, scimmiette e pappagalli colorati. Una vita felice insomma. E invece, oltre alle scimmiette c’era lo scimmione cattivo che rovina il mio sogno. Ora capisco perché ha sempre quell’aria triste, non è dovuta solo al suo carattere chiuso.
La storia dello scorpione? Vera, però mancava il contorno della storia. Quella notte, come faceva sempre, trasportò per ore l’acqua dal fiume alla cisterna di casa, 500 metri per andare e altrettanti per tornare, con un secchio in testa. Aveva il bambino piccolo in casa e le serviva tanta acqua, e il marito non l’aiutava mai in quel lavoro. E così, dalla stanchezza, non vide lo scorpione per terra e ci mise il piede sopra. Il marito quella notte era a letto che dormiva, sbronzo, e non poteva aiutarla. La sua fortuna fu che quella notte aveva ospitato in casa un bambino dei vicini, di 11 anni, che così corse per un chilometro, di notte nella foresta buia, per andare a cercare l’antidoto. E dopo un giorno di sofferenze (mi dice che l’antidoto fa tremare il corpo per un giorno intero) si salvò.
E il cobra? Tutto vero, ma quel giorno, per il gran spavento, perse il bimbo che aveva in grembo.

Bè, adesso il blog è diventato uno spazio per problemi matrimoniali? No, però questa triste storia dimostra che, anche andando a cercare il più piccolo villaggio sperso nella immensa giungla amazzonica, i problemi sono gli stessi, che so, del centro di Roma o di New York. Non esistono paradisi, la mente dell’uomo (inteso come genere umano) è bacata in ogni angolo di mondo. Anche in Colombia, quando feci una visita ad un villaggio di indios (questi al 100%, vivevano in capanne – qui ci son le foto -> FOTO ) ricordo che quel giorno la comunità aveva un problema ed erano tutti tristi. La moglie di un giovane aveva scoperto che il marito il giorno prima l’aveva tradita con una donna di un altro villaggio vicino. Insomma, soliti problemi dappertutto!

Bene, ora devo chiudere questo post e ci vuole un finale… ah si, eccolo.

Come finisce la storia di Nazarè? Bene, ora lei rimane un po’ di tempo qui a Manaus, per far calmare le acque e i nervi del marito violento e inoltre per lavorare e mettere da parte un po’ di soldi. Appena ne ha a sufficienza ritornerà nella foresta e si riprenderà il figlio. Con i soldi si può fare tutto in Brasile, anche nel cuore della foresta amazzonica.
E quindi, ancora una volta (ma per motivi ben diversi dal post precedente), buona fortuna Nazarè!

Nazare

Qui ci son le foto di Manaus!

FOTO Manaus

Ciao!

Mag282007

(DA BELEM A MANAUS) Nel Rio Delle Amazzoni

Arrivo a Belem, capitale del Parà, città situata sulla foce del Rio Delle Amazzoni. E qui, così come la musica, cambiano anche, ancora una volta, i tratti somatici delle persone. Dopo il bianco sud e la nera Bahia, con tutte le sfumature intermedie, ora qui è maggiore la presenza india, e ciò si nota soprattutto dagli occhi quasi a mandorla di molti abitanti e dai capelli lisci come spaghetti, come a Bahia le ragazze sognano di avere (e a volte ottengono con costosi e talvolta pericolosi trattamenti).
Bella questa varietà. Tanti stati, ognuno con forti caratteristiche proprie. Etnie, tradizioni, cultura, musica e comportamenti sociali sensibilmente differenti. Più che uno stato federale il Brasile si può assimilare ad un continente, ed infatti ha le stesse dimensioni, per esempio, dell’intera Europa.
Qui a Belem mi fermo un giorno solo, il tempo necessario per prepararmi alla risalita del fiume più grande del mondo in barca. Viaggio questo della durata di 5 giorni (ma io ce ne metterò 7!) che si fa con traghetti di varie grandezze, a seconda del giorno in cui si parte. Io parto di martedì e quindi mi tocca il “Nelio Correa”, uno dei più piccoli ma che, mi diranno poi, è il migliore per quanto riguarda la cucina a bordo.

Necessario per il viaggio: biglietto, amaca e repellente insetti.

Biglietto: 160 R$ dormendo in amaca sul ponte, all’aperto, o 300 R$ dormendo in cabina con aria condizionata. Inizialmente pensavo di prendere la più comoda cabina, anche per paura di eventuali furti ai bagagli, ma poi ho scelto l’amaca che, dal mio punto di vista, è la scelta migliore. Non solo perché risvegliarsi la mattina e vedersi davanti la rigogliosa foresta amazzonica è ogni giorno uno spettacolo, ma anche perché lo stare appesi ad un’amaca a stretto contatto con i brasiliani (che appendevano le loro amache in ogni spazio libero) ha reso la vita a bordo di quei sette giorni più movimentata e interessante. In breve tempo infatti ci si conosceva quasi tutti e si passava il tempo assieme. Questo mezzo di trasporto è utilizzato dal ceto basso/popolare brasiliano (quello più interessante e divertente!), mentre il ceto medio e alto a Manaus ci va in aereo, che costa poco di più e ci impiega poche ore anziché 5 giorni.

Amaca: comprata al mercato, una delle più economiche, tanto mi serviva solo per quei pochi giorni: 20 R$ (7 €).

Vaccini: non necessari. A Belem sono andato in una farmacia e la commessa, ragazza di Manaus che ha attraversato il fiume tante volte, mi ha detto che non c’era il pericolo di malaria e che bastava un semplice repellente. E quindi se già ero poco propenso a fare la profilassi, dopo ne ero più che certo. A bordo poi ho chiesto qui e là. Brasiliani: nessuno ne ha mai fatto. Turisti stranieri: quasi tutti l’avevano fatta, con grande gioia delle case farmaceutiche europee. Comprate il Lariam, comprate. In Brasile ora è più pericolosa la Dengue, malattia portata da un’altra zanzara per la quale non esiste profilassi o vaccino. Solo prevenzione. E quindi repellente e abiti lunghi la sera sono la soluzione più efficace.

Nell’ostello di Belem ci siamo solo io e Bruce, un simpatico australiano sui 65 anni con il quale usciamo insieme l’unica notte passata a Belem. Simpatico perché, nonostante la sua età, fa le stesse cose che ho visto fare ad altri ragazzi australiani incontrati: beve birra ad una velocità tale che faccio fatica a stargli dietro, fa lunghi viaggi ogni anno e mi accenna anche alle sue avventure amorose in viaggio! E inoltre con Bruce prendiamo lo stesso traghetto per Manaus.

Martedì 17, ore 17 (più un’ora e mezzo di ritardo): inizia una delle parti di questo giro del mondo da me più attese. Con Bruce saliamo a bordo del traghetto che ha due piani (più sotto la stiva) e montiamo le amache nel ponte più alto, dove la visuale è migliore (e dove c’è più aria). Mi fermo poi ad osservare come la barca viene caricata delle merci. Nessun muletto, tutto a mano con una catena umana di giovani brasiliani. Interessante notare come anche al lavoro i brasiliani giochino sempre. Si lanciano le scatole senza preoccuparsi troppo se l’altro è pronto a prenderle, anzi più vedono uno in difficoltà e più gliene tirano addosso! Infatti ogni tanto qualcuna cade a terra e si rompe, qualcuna cade su un piede, un grande bidone è addirittura caduto in acqua e affondato. Ma, dopo qualche risata, il lavoro proseguiva normale.
In barca ci sono anche due altri italiani e due spagnoli, oltre ad un gruppo di tedeschi assolutamente asociali, naturalmente alloggiati nelle cabine. I due italiani hanno lasciato il Bel Paese 5 anni fa e da allora lavorano per una parte dell’anno all’estero e viaggiano nella restante parte, finché durano i soldi. E poi da capo. La regola è sempre la stessa, già vista altre volte: lavorare nei paesi ricchi e viaggiare in quelli poveri.
La prima notte passa un po’ insonne, con tante contorsioni nella continua ricerca della posizione migliore, ma nelle restanti si dorme benissimo.

amache barca rio delle amazzoni

In barca ognuno passa il tempo come può: c’è chi dorme, chi prende il sole, chi gioca a domino, chi gioca con un pappagallo, chi con un porcellino d’India, chi beve, chi mangia, chi flirteggia, chi legge, chi guarda i video musicali al bar. Io conosco Laurene, una brasiliana che (come molti maranhensi periodicamente fanno) si sta trasferendo dal Maranhao in un altro stato, e passo il tempo con lei, oltre che con gli italiani, lo spagnolo e Bruce.
Ma soprattutto in barca si ammira quella opera d’arte della natura che è la foresta amazzonica: piante di ogni tipo, anche altissime, qualche scimmietta, uccelli, le liane di Tarzan, qualcuno ha visto anche un cobra. E poi gli indios, a volte in riva al fiume vicino alle loro baracche e a volte in canoa, che si avvicinavano al traghetto per farsi lanciare offerte varie (soldi, cibo, vestiti). Alcuni invece si avvicinavano di più, “abbordavano” la nostra barca con un gancio, fissavano bene la loro canoa e poi si arrampicavano e salivano a bordo per vendere frutta strana, manufatti o cibi vari. Io gli compro sei banane per mezzo real (20 centesimi/euro) e due specie di fave grandi i cui semi si succhiano. Il nome del frutto è irripetibile.
Era un po’ triste vedere quelle piccole canoe a remi avvicinarsi al traghetto, con una giovane mamma che remava affannata per avvicinarsi il più possibile e i piccoli bambini dentro che salutavano i turisti in maniera meccanica, in quello che per loro era diventato un vero e proprio lavoro quotidiano: avvicinarsi alla barca per chiedere offerte. E i bambini servivano a quello, chi ne aveva in barca infatti riceveva più offerte (tipico esempio questo di marketing indios!). Altro che andare a pescare o coltivare yucca!

indios rio delle amazzoni

Indios sul Rio Delle Amazzoni

Il secondo giorno l’imprevisto, che però in Brasile non è molto imprevisto (mi è successo un’altra volta): si rompe uno dei due motori, e quindi la velocità diminuisce.. Si prevedono quindi due giorni di viaggio in più, 7 anziché 5. Ok! E chi ha fretta? Si sta così bene qui, oggi poi che c’è un bel sole forte hanno aperto quattro grandi docce sul ponte aperto e ci si può bagnare, proprio in un punto poi in cui siamo vicinissimi alla riva, e quindi agli alti alberi della foresta.
E’ stato questo uno dei momenti più piacevoli di tutto il mio viaggio: sole, acqua fresca, natura, due simpatici amici italiani, le amiche brasiliane, cosa si vuole di più? E pensare che …. continua a leggere qui >>