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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Di Admin (del 28/05/2007 @ 16:27:53, in Blog, linkato 2039 volte)
Arrivo a Belem, capitale del Parà, città situata sulla foce del Rio Delle Amazzoni. E qui, così come la musica, cambiano anche, ancora una volta, i tratti somatici delle persone. Dopo il bianco sud e la nera Bahia, con tutte le sfumature intermedie, ora qui è maggiore la presenza india, e ciò si nota soprattutto dagli occhi quasi a mandorla di molti abitanti e dai capelli lisci come spaghetti, come a Bahia le ragazze sognano di avere (e a volte ottengono con costosi e talvolta pericolosi trattamenti).
Bella questa varietà. Tanti stati, ognuno con forti caratteristiche proprie. Etnie, tradizioni, cultura, musica e comportamenti sociali sensibilmente differenti. Più che uno stato federale il Brasile si può assimilare ad un continente, ed infatti ha le stesse dimensioni, per esempio, dell’intera Europa.
Qui a Belem mi fermo un giorno solo, il tempo necessario per prepararmi alla risalita del fiume più grande del mondo in barca. Viaggio questo della durata di 5 giorni (ma io ce ne metterò 7!) che si fa con traghetti di varie grandezze, a seconda del giorno in cui si parte. Io parto di martedì e quindi mi tocca il “Nelio Correa”, uno dei più piccoli ma che, mi diranno poi, è il migliore per quanto riguarda la cucina a bordo.
Necessario per il viaggio: biglietto, amaca e repellente insetti.
Biglietto: 160 R$ dormendo in amaca sul ponte, all’aperto, o 300 R$ dormendo in cabina con aria condizionata. Inizialmente pensavo di prendere la più comoda cabina, anche per paura di eventuali furti ai bagagli, ma poi ho scelto l’amaca che, dal mio punto di vista, è la scelta migliore. Non solo perché risvegliarsi la mattina e vedersi davanti la rigogliosa foresta amazzonica è ogni giorno uno spettacolo, ma anche perché lo stare appesi ad un’amaca a stretto contatto con i brasiliani (che appendevano le loro amache in ogni spazio libero) ha reso la vita a bordo di quei sette giorni più movimentata e interessante. In breve tempo infatti ci si conosceva quasi tutti e si passava il tempo assieme. Questo mezzo di trasporto è utilizzato dal ceto basso/popolare brasiliano (quello più interessante e divertente!), mentre il ceto medio e alto a Manaus ci va in aereo, che costa poco di più e ci impiega poche ore anziché 5 giorni.
Amaca: comprata al mercato, una delle più economiche, tanto mi serviva solo per quei pochi giorni: 20 R$ (7 €).
Vaccini: non necessari. A Belem sono andato in una farmacia e la commessa, ragazza di Manaus che ha attraversato il fiume tante volte, mi ha detto che non c’era il pericolo di malaria e che bastava un semplice repellente. E quindi se già ero poco propenso a fare la profilassi, dopo ne ero più che certo. A bordo poi ho chiesto qui e là. Brasiliani: nessuno ne ha mai fatto. Turisti stranieri: quasi tutti l’avevano fatta, con grande gioia delle case farmaceutiche europee. Comprate il Lariam, comprate. In Brasile ora è più pericolosa la Dengue, malattia portata da un’altra zanzara per la quale non esiste profilassi o vaccino. Solo prevenzione. E quindi repellente e abiti lunghi la sera sono la soluzione più efficace.
Nell’ostello di Belem ci siamo solo io e Bruce, un simpatico australiano sui 65 anni con il quale usciamo insieme l’unica notte passata a Belem. Simpatico perché, nonostante la sua età, fa le stesse cose che ho visto fare ad altri ragazzi australiani incontrati: beve birra ad una velocità tale che faccio fatica a stargli dietro, fa lunghi viaggi ogni anno e mi accenna anche alle sue avventure amorose in viaggio! E inoltre con Bruce prendiamo lo stesso traghetto per Manaus.
Martedì 17, ore 17 (più un’ora e mezzo di ritardo): inizia una delle parti di questo giro del mondo da me più attese. Con Bruce saliamo a bordo del traghetto che ha due piani (più sotto la stiva) e montiamo le amache nel ponte più alto, dove la visuale è migliore (e dove c’è più aria). Mi fermo poi ad osservare come la barca viene caricata delle merci. Nessun muletto, tutto a mano con una catena umana di giovani brasiliani. Interessante notare come anche al lavoro i brasiliani giochino sempre. Si lanciano le scatole senza preoccuparsi troppo se l’altro è pronto a prenderle, anzi più vedono uno in difficoltà e più gliene tirano addosso! Infatti ogni tanto qualcuna cade a terra e si rompe, qualcuna cade su un piede, un grande bidone è addirittura caduto in acqua e affondato. Ma, dopo qualche risata, il lavoro proseguiva normale.
In barca ci sono anche due altri italiani e due spagnoli, oltre ad un gruppo di tedeschi assolutamente asociali, naturalmente alloggiati nelle cabine. I due italiani hanno lasciato il Bel Paese 5 anni fa e da allora lavorano per una parte dell’anno all’estero e viaggiano nella restante parte, finché durano i soldi. E poi da capo. La regola è sempre la stessa, già vista altre volte: lavorare nei paesi ricchi e viaggiare in quelli poveri.
La prima notte passa un po’ insonne, con tante contorsioni nella continua ricerca della posizione migliore, ma nelle restanti si dorme benissimo.

In barca ognuno passa il tempo come può: c’è chi dorme, chi prende il sole, chi gioca a domino, chi gioca con un pappagallo, chi con un porcellino d’India, chi beve, chi mangia, chi flirteggia, chi legge, chi guarda i video musicali al bar. Io conosco Laurene, una brasiliana che (come molti maranhensi periodicamente fanno) si sta trasferendo dal Maranhao in un altro stato, e passo il tempo con lei, oltre che con gli italiani, lo spagnolo e Bruce.
Ma soprattutto in barca si ammira quella opera d’arte della natura che è la foresta amazzonica: piante di ogni tipo, anche altissime, qualche scimmietta, uccelli, le liane di Tartan, qualcuno ha visto anche un cobra. E poi gli indios, a volte in riva al fiume vicino alle loro baracche e a volte in canoa, che si avvicinavano al traghetto per farsi lanciare offerte varie (soldi, cibo, vestiti). Alcuni invece si avvicinavano di più, “abbordavano” la nostra barca con un gancio, fissavano bene la loro canoa e poi si arrampicavano e salivano a bordo per vendere frutta strana, manufatti o cibi vari. Io gli compro sei banane per mezzo real (20 centesimi/euro) e due specie di fave grandi i cui semi si succhiano. Il nome del frutto è irripetibile.
Era un po’ triste vedere quelle piccole canoe a remi avvicinarsi al traghetto, con una giovane mamma che remava affannata per avvicinarsi il più possibile e i piccoli bambini dentro che salutavano i turisti in maniera meccanica, in quello che per loro era diventato un vero e proprio lavoro quotidiano: avvicinarsi alla barca per chiedere offerte. E i bambini servivano a quello, chi ne aveva in barca infatti riceveva più offerte (tipico esempio questo di marketing indios!). Altro che andare a pescare o coltivare yucca!

Il secondo giorno l’imprevisto, che però in Brasile non è molto imprevisto (mi è successo un’altra volta): si rompe uno dei due motori, e quindi la velocità diminuisce.. Si prevedono quindi due giorni di viaggio in più, 7 anziché 5. Ok! E chi ha fretta? Si sta così bene qui, oggi poi che c’è un bel sole forte hanno aperto quattro grandi docce sul ponte aperto e ci si può bagnare, proprio in un punto poi in cui siamo vicinissimi alla riva, e quindi agli alti alberi della foresta.
E’ stato questo uno dei momenti più piacevoli di tutto il mio viaggio: sole, acqua fresca, natura, due simpatici amici italiani, le amiche brasiliane, cosa si vuole di più? E pensare che alcuni stranieri incontrati in precedenza in viaggio erano spaventati di trascorrere 5 giorni in barca, pensando fosse noiosissimo, e hanno preferito viaggiare in aereo fino a Manaus, spendendo di più ma soprattutto perdendosi questo angolo di mondo. Il tutto a 160 R$ per 5 giorni, quindi 12 euro al giorno, vitto e alloggio compreso. Quindi meno anche di stare fermi in una città qualsiasi del Brasile.

Poi c’è la musica. A bordo, dalle 9 del mattino (ci si sveglia alle 7) fino a mezzanotte, c’è sempre musica ad altissimo volume. Poca samba, poco axè, tantissima brega, la musica tipica del Parà da dove siamo partiti. Ma ormai qui in Brasile la musica si ascolta sempre dai DVD, con quindi anche le immagini dei concerti dei cantanti. La cosa curiosa è che, a parte i testi delle canzoni che parlano esplicitamente (non vaghe allusioni) di sesso, le immagini sono più da spettacolo erotico che da concerto musicale. Frequenti e prolungati primi piani dei cameraman sulle parti intime delle ballerine e movimenti di queste ultime più da lap dance che da balletto, con a volte anche la sculacciata finale! La Chiesa Evangelica, molto diffusa in Brasile, ha espressamente vietato ai suoi adepti di andare a ballare o ascoltare questa musica, proprio per i testi “sconci”. Un brasiliano un giorno mi ha detto:”Testi intelligenti non vendono in Brasile!”. 
L’acqua a bordo. In barca, l’acqua marroncina che usciva dai rubinetti e dalle docce proveniva dalla stessa fonte: il fiume! Quindi posso dire di aver fatto il bagno nel Rio Delle Amazzoni, visto che mi son fatto la doccia e lavato i denti con quell’acqua. Sarà per questo, per il cibo o chissachè, comunque ogni giorno qualcuno non stava bene, e un giorno quindi è toccato anche a me. Febbre e mal di stomaco, ma con un’aspirina e una bella dormita notturno tutto passa.
Gli ultimi giorni a bordo. A metà percorso, Santarem, tutti gli altri turisti scendono, compresi gli amici italiani, spagnoli e Bruce. Rimango così l’unico “gringo” a bordo. In compenso però aumenta la percentuale femminile, visto che sia lì che in alcune fermate successive salgono diverse ragazze. E così un po’ per questo motivo e un po’ perche’ 7 giorni in barca sono lunghi, se i primi giorni ci sono stati solo modesti attacchi dei sempre smaliziati ragazzi brasiliani alle fanciulle, gli ultimi giorni (e notti) c’è stato un vero e proprio “arrembaggio”, tanto che in poche si son salvate (fra le single, anzi fra le non accompagnate, “single” non significa nulla qui). Uomini italiani: se avete una moglie o fidanzata brasiliana non mandatela mai da sola in barca sul Rio Delle Amazzoni. Donne italiane: idem per voi se avete l’homo brasiliano. Anche il capitano, un attempato signore sulla sessantina, ci si è tuffato in mezzo, passando la notte con una passeggera, secondo le ben informate “vedette” della barca. Qui infatti tutti sanno tutto di tutti, però due donne in particolare sono sempre attente e “fofochere” (slang brasiliano che significa “pettegole”), che poi sono quelle che ne combinano di più. Fatto sta che il giorno dopo la notte focosa del capitano, quando scende il buio… ci incagliamo! Nonostante siamo in un punto larghissimo del fiume, ad un certo punto vedo che tanti si avvicinano di corsa al lato destro della barca. Vado anch’io e vedo che stiamo puntando dritti verso la foresta. Devo dire che è stato abbastanza impressionante vedere la nave avvicinarsi sempre più alla terra, tanto che quando mancavano pochi metri allo scontro mi sono ancorato bene alla ringhiera, temendo il peggio. Per fortuna però il fondo era sabbioso e l’incagliamento è stato morbido. E dopo via alle battute sul capitano, che in quel momento dirigeva la barca, sul fatto che forse si era addormentato sul timone per la stanchezza!

Nazarè
Una delle cose che mi ha colpito di più è stato il vedere, fra le capanne e baracche di indios che ogni tanto si vedevano vicino al fiume, qualche parabola tv! Ma come, la televisione anche qui? Addio cultura indigena in quella zona. Il vedere una parabola che spunta fra gli alberi mi fa venire in mente quelle bombe al napalm che scendevano nelle verdi foreste del Vietnam negli anni 70. Cultura distrutta nel raggio di centinaia di metri. Proprio da poco ho letto in un quotidiano di un film che stanno girando ora nella foresta amazzonica, che riguarda proprio la distruzione culturale dell’Amazzonia. Quando si parla di Amazzonia infatti si pensa sempre alla distruzione della foresta, e quasi nessuno pensa invece alla distruzione della sua cultura, fra villaggi che si svuotano perché i giovani vanno in città, alberi che diminuscono sempre più e, aggiungo ora io, televisione che si diffonde dappertutto. Come la peste. Perché se nei villaggi per centinaia di anni da padre in figlio si sono tramandati una cultura di pace e di armonia con la natura, ora succede che i figli accendono la tv e si vedono, che so, una film d’azione americano carico di violenza e morte, oppure vedono una telenovele brasiliana dove sono tutti ricchi e felici, e lasciano il loro paesino di povere baracche per andare a vivere anche loro così. Come Nazarè. Chi è Nazarè?
Un giorno, da una fermata intermedia, sale in barca una ragazza sola. Molto bella, corpo strepitoso, rimane però sempre seria e non socializza quasi con nessuno. Insomma, sembra “se la tiri” come fanno normalmente in Italia le ragazze carine (e spesso anche le meno carine!). Solo che se in Italia appunto è normale, qui in Brasile è completamente fuori luogo. E siccome è un atteggiamento a me odioso, per i tre giorni che rimane in barca la ignoro completamente.
Ma, l’ultimo giorno, la vedo sola (come al solito) nel bordo della barca e mi avvicino a parlarci. 22 anni, ha sempre vissuto in mezzo alla foresta in un piccolo villaggetto di case sparse, distanti 1 km (di foresta) l’una dall’altra. Quindi molto isolata. Nessun bar, no cinema, no discoteca, la scuola era molto lontana e la frequentò fino alla 5 elementare (che in Brasile vale meno della nostra 1 elementare). Niente tv, tranne da una vicina che da non molti anni l’ha comprata, e che quindi ogni tanto anche lei andava a guardare. Periodicamente andava in un paese più grande a fare rifornimenti, ma rientrava sempre in giornata. Unico contatto con il mondo più moderno.
Mi racconta di un giorno che si ritrova, nella foresta, davanti ad un pericolosissimo cobra che la sta per attaccare, ma che riesce con un bastone ad ammazzare. O di un’altra volta che ha messo il piede nudo su uno scorpione, dentro casa, e ha rischiato di morire. Insomma, forse normale routine da foresta per lei, ma io rimango incantato dai suoi racconti. Mentre parla abbassa spesso lo sguardo, o la testa, e mi accorgo che è molto timida, non presuntuosa come mi sembrava. Ora sta andando nella grande città di cui aveva sentito parlare, Manaus, “… a conoscere il mondo”, mi dice. Se le piacerà ci resta, se no se ne torna nella foresta dove è nata. Ha con sé una scatola di cartone legata con lo spago e una borsa di tela.
Buona fortuna Nazarè!
Caspita, questo sì che è un cambiamento di vita radicale! Dalla foresta con le baracche ad una metropoli da 1.400.000 abitanti! Altro che i cento dubbi che, a volte, ho letto in alcune mail arrivatemi, del tipo “Ah, anche a me piacerebbe tanto viaggiare, ma… ma… “. Volete andare ora a comprare questo benedetto biglietto? Guardate l’esempio di Nazarè!
Ps: con Nazarè non finirà qui, la incontrerò di nuovo a Manaus, una settimana dopo, e mi riserverà altre sorprese ancora più sconvolgenti!
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Ed ecco le foto dei sette giorni sul fiume più grande del mondo!
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Ciao!
Di Admin (del 26/05/2007 @ 11:18:08, in Blog, linkato 643 volte)
E’ la volta di una tappa “marina”. A parte le due settimane di mare di Arraial D’Ajuda e alcuni giorni a Rio, nei primi 5 mesi di viaggio di spiagge ne ho frequentato ben poche. Strano in Brasile? Un po’, visto che qui le spiagge abbondano, ma non per me e, visto che spesso mi viene chiesto per mail e molti pensano che passi tutti i giorni in spiaggia, scrivo qui perchè ci vado cosi poco. I motivi sono diversi.
1) Potrà sembrare presuntuoso ma il fatto che viva in Sardegna non mi fa apprezzare molto tante spiagge che incontro. In tanti viaggi fatti, solo una volta ho incontrato spiagge più belle di quelle sarde che ben conosco, ed esattamente a Los Roques, in Venezuela. Molte altre le ho trovate belle dal punto di vista paesaggistico, perché quando una spiaggia è bordata da una fila di palme da cocco ha indubbiamente quel tocco esotico che la fa apprezzare, ma poi la trasparenza dell’acqua e il colore della sabbia spesso lasciavano a desiderare.
2) Il Sole! Qui il sole non scherza, siamo sempre fra i tropici e l’equatore, ed è indispensabile usare sempre creme protettive da 30 fp in su. E per me che ho una paura matta delle scottature, è questo il punto più importante.
3) Ci sono così tante cose da fare/vedere/conoscere in viaggio che lo stare tante ore buttati in spiaggia mi sembra, a volte, una perdita di tempo.
4) Aggiungo un ultimo punto, specifico di questo viaggio: i pericoli. A Rio la forte corrente oceanica rendeva spesso problematico l’uscire dall’acqua; ad Arraial, durante il primo bagno, mentre nuotavo verso il largo l’acqua è diventata improvvisamente bassa e son finito con l’infilare una mano e un piede sopra un bel riccio; sempre ad Arraial, pochi giorni dopo e sempre nuotando, son finito in mezzo alla “marea rossa” (vedasi post n° 23, Arraial/1); andando ora in barca ad Algodoal si vedevano galleggiare sul mare centinaia di meduse. Può bastare. Pochi bagni per ora.
Ma, nonostante tutto, ora da Bom Jardim faccio rotta verso l’ultimo mare dei prossimi 3 mesi, prima di poterlo rivedere a Bali (o a Darwin). Scelgo quindi un’isoletta di cui mi aveva parlato il maltese (del post n° 32, Sao Luis/2). Ci si arriva in autobus da Belem e poi in barca. E’ appena sotto l’equatore, a mezzo grado di latitudine sud. E’ questa la volta che mi avvicino di più all’equatore, anche se ancora non son riuscito a fermarmi allo zero esatto.
L’isoletta si chiama Algodoal, non ha strade asfaltate, non ci sono macchine, moto o altri mezzi a motore (a parte le barche) e le strade sono quasi tutte di sabbia.
Nuovo stato (Parà), nuova musica. Dopo il samba di Rio, l’axè di Bahia, il forrò, seresta e reggae del Maranhao, è ora la volta della brega, musica e ballo prevalente nel Parà. Ma a parte le feste del sabato sera (anche in quest’isoletta, almeno il sabato, i brasiliani si scatenano! Non c’è verso, niente li ferma) gli altri giorni passano molto tranquilli (e spesso con pioggia) per cui mi fermo solo 4 giorni, prima di fare rotta verso Belem, porto di partenza per risalire il Rio Delle Amazzoni.
Ecco qui sotto le foto di Algodoal.
Ciao ciao!
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Di Admin (del 19/05/2007 @ 21:00:00, in Blog, linkato 907 volte)
L’imprevista lunga sosta a Sao Luis, oltre la lunga di Salvador, mi costringono a rivedere l’abbozzato programma di viaggio. Avevo sì previsto, prima di partire, di fare cambiamenti nel corso del viaggio, ma devo dire che ora devo tagliare un bel po’. E quindi via Bolivia, ci andrò un’altra volta, via saltino in Colombia a trovare amici, via sosta di 2-3 giorni in Cile per stare con altri amici, via tappa qui vicina di Cururupù (località di mare che mi attirava per il nome curioso che aveva), e anche Cuba sta rischiando. Muovo così le pedine del mio personale mappamondo come se giocassi a Risiko, d’altronde l’importante non è la destinazione ma il viaggio in se stesso e tutto quello che c’è intorno.
Dopo S.Luis ripasso per un solo giorno a Peritorò per distribuire foto che ho fatto sviluppare in città, visto che nel paesino non c’era neanche uno studio fotografico. Foto fatte alla famiglia che ho visitato e ad altre persone che poi mi avevano chiesto se potevano averne una copia. Tutti felicissimi di vedersi stampati su carta, soprattutto i bambini che, appena gira la voce che sono ritornato, accorrono da ogni parte per salutarmi e per vedersi in foto
Tappa successiva a Bom Jardim, piccolo paesino analogo a Peritorò. Tanto piccolo che l’autista dell’autobus si dimentica di fermarsi, e quando glielo ricordo non può fare altro che farmi scendere lì dove siamo, in piena campagna. A Rio non avrei mai accettato, ma qui è più tranquillo. Mi tocca così farmi 2 km a piedi sotto il sole prima di raggiungere le prime case. E il sole, e soprattutto l’umidità, sono forti. Man mano che mi sto avvicinando all’equatore il clima sta diventando sempre più torrido, uff!
A Bom Jardim si trova un altro centro di assistenza per bambini poveri, gestito dalla stessa associazione di Peritorò. Visto che si trovava lungo la strada per Belem, dove vado fra qualche giorno, faccio una sosta qui su richiesta, via e-mail, di un’altra mia collega di lavoro. Insomma, qui si fanno le tappe a richiesta ora. Qualcuno vuole che passi da qualche altra parte? Avete un lontano parente in Australia che non avete mai visto e volete un servizio fotografico sulla sua famiglia? Scrivete pure e aggiungo la tappa al mio giro del mondo. Prezzi modici! 
A Bom Jardim mi reco dalle suore che gestiscono il centro (una è italiana, e per di più sarda), le quali molto gentilmente mi ospitano a “casa” loro. Scrivo “casa” fra virgolette perché quella che credevo fosse una loro casa privata, l’ultimo giorno scopro si tratta di un vero e proprio convento, con tanto di cappella, fra le risate delle 4 suore e delle 5 simpaticissime “postulanti” che vi abitano. E così, per la prima volta, ho dormito in un convento! Devo dire che è stata un’esperienza più che piacevole, sia per l’estrema gentilezza di tutte che per il fatto che, dopotutto, ero in una casa con nove donne e quindi ero un po’ al centro dell’attenzione. Oltre le 4 suore c’erano 5 “postulanti” (non so se in italiano si chiamano allo stesso modo), cioè il grado prima di novizia, ragazze sui 20-22 anni che dovevano passare lì dentro un paio di anni prima di prendere i voti.
La prima sera a cena con noi c’è anche il giudice del distretto, unico magistrato per 50.000 abitanti, che infatti dopo cena corre di nuovo in ufficio a lavorare. E dopo, film in DVD. Titolo: Uma novizia rebelde (una novizia ribelle). Bè, non potevo aspettarmi altro!
I due giorni successivi li dedico alla visita al centro, analogo a quello di Peritorò ma un po’ più grande. Qui infatti vengono accolti 230 bambini, sempre divisi in due turni. Anche qui ci sono le aule di sostegno (4), di cucito, informatica, la palestra e l’orto, oltre a cucina (1 pasto al giorno per tutti), refettorio e chiesa. Anche qui accoglimento festoso dei bambini, che l’ultimo giorno arrivano addirittura a chiedermi l’autografo! Bè, per un giorno sono stato una star!
I fondi per il sostentamento di questo centro vengono in gran parte da donazioni italiane (di privati, in prevalenza sardi) ma qui, a differenza di Peritorò, le suore son riuscite ad avere un aiuto anche dal Comune, che ha incluso questo centro (considerato in Brasile “scuola privata”) nell’elenco delle scuole pubbliche cittadine da sovvenzionare.
E 230 bambini messi insieme mangiano un sacco di roba! Un giorno arrivano 40 kg di carne bovina, e la cuoca mi spiega che bastano solo per un giorno (carne servita poi a pezzi in mezzo al riso bianco e fagioli). E poi le spese per gli insegnanti, il materiale scolastico, luce, pulizie, etc. E quindi anche qui ora scatta l’annuncio! Chi volesse inviare aiuti per i bambini di Bom Jardim, clicchi qui sotto sul sito dell’Associazione che lo gestisce
Due giorni di sosta qui e poi riparto, lasciando un po’ a malincuore il convento dove mi son trovato veramente bene. Mi sarei fermato volentieri qualche altro giorno, ma ormai è troppo tardi e c’è già una vicina che mi aspetta per accompagnarmi alla stazione, distante una ventina di km. Saluto così Adelia, la madre superiora, Antonietta, la suora italiana, Deuseni, la suora che mi portava in giro in moto, Marinalva, che in convento ogni tanto si toglieva l’abito da suora e usava vestiti normali (non raccontatelo in giro però, non si può fare) e le cinque postulanti Ioneide, Francisca, Selma, Vanessa e Patricia. Chissà se riuscirò a ripassare qui. Se però ritorno in Maranhao, la tappa a Bom Jardim, in convento, è d’obbligo!
Ed ecco le foto di Bom Jardim (38)!
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Di Admin (del 16/05/2007 @ 21:00:00, in Blog, linkato 677 volte)
Come consueto, alla fine dei post su una località, arrivano le foto.
Eccole qui, 55. Ciao!
FOTO SAO LUIS
Di Admin (del 10/05/2007 @ 12:00:00, in Blog, linkato 731 volte)
Un giorno a Sao Luis conosco in un autobus un ragazzo maltese (non era corto, però… ok, questa era fredda!). Si parla del viaggio, solite cose e poi ci si saluta. Il giorno dopo lo rincontro per caso in un ristorante e mangiamo insieme. E quindi parliamo più profondamente.
Ingegnere, sui 30 anni o poco più, a Malta aveva un ottimo lavoro, sicuro e ben pagato. Si era quindi comprato la casa e aveva anche la ragazza già da un po’, rapporto stabile. Un giorno in ufficio si è fermato ad osservare il salvaschermo del suo pc (un paesaggio tropicale) e ha detto:”Ma che ci faccio qui?”. In pochi giorni ha lasciato tutto (lavoro, casa e donna) ed è partito per un lungo viaggio in America Latina, con data di rientro “aperta”. E come lui ne ho incontrato anche altri in questo viaggio, anche un italiano pochi giorni fa sul Rio delle Amazzoni. Come può succedere questo?
A volte son più le certezze che spaventano rispetto alle incertezze. Il sapere già cosa si farà i successivi 10-20 anni rispetto al non sapere cosa fare o dove andare il giorno dopo. La vita è una sola, non si può rovinarla, a parer mio, pianificando sempre tutto, togliendole il gusto dell’imprevisto, dell’ignoto. Togliendole il sale. E’ come mangiare una bistecca senza sale. Certo c’è a chi piace così, senza sale, giustissimo. Ma a me la carne è sempre piaciuta con molto sale, mia madre lo sa bene. Magari non come in Brasile, che di sale nella carne ce n’è sempre troppo e, pensando bene alla metafora, a volte ce n’è troppo anche nella vita reale. Ma qui va bene così, molto sale nella carne, molto sale nella vita. Per pensare a domani c’è tempo. Per ora pensiamo all’oggi.
Questo è uno dei cardini della filosofia latino-americana, esattamente l’opposto di ciò che si pensa dalle nostre parti. Il mutuo, la casa, lavorare tanti anni per avere una buona pensione domani, tutte cose da fare in gioventù per poi, un lontano giorno, arrivare alla terza età e godersi i frutti, quando però la giovinezza è ormai sfiorita. Non è forse meglio fare esattamente il contrario, godersi prima di tutto la vita e poi pensare a tutto il resto?
Ecco, ora vi do i compiti per casa. Riflettete su queste righe nel prossimo week-end, poi datemi qualche risposta. Anzi, ora ci faccio un sondaggio in proposito, qui a destra.
Ciao!
Di Admin (del 07/05/2007 @ 02:15:34, in Blog, linkato 2200 volte)
Arrivo a Sao Luis, capitale dello stato del Maranhao, unica città brasiliana che in passato è stata, anche se per poco, colonia francese. E infatti qui ora ci vengono tanti francesi in vacanza, più che nelle altre parti del Brasile. Perché? Bò, non l’ho ancora capito. E’ come se gli italiani andassero in vacanza in Etiopia (qualcuno ci va, ma pochi).
Arrivo in ostello con un autobus cittadino, i taxi sono ormai solo un ricordo. Dopo un po’ in giro per il Sud America si diventa più smaliziati e, anche se andare in giro per strada con lo zaino in spalla è molto appariscente per gli eventuali ladri, di giorno normalmente non si corrono molti rischi. Qui doccia veloce e fuori nel centro per un boccone, poi sosta in un affollato baretto con samba di sottofondo (naturalmente a volume alto). Oggi sono solo e sto pensando di rientrare presto a dormire, ma… in Brasile è quasi impossibile restare soli! Prima mi intrattengo un po’ con un’artigiana che mi ha venduto un braccialetto; una partita a biliardo, qualche birra insieme e mi illustra il movimento notturno della città durante la settimana. Poi ci spostiamo di appena un isolato dove un gruppo musicale sta suonando in strada “pagode” (si legge “pagogi”, è un tipo di samba meno veloce di quella “enredo”, la samba scatenata del carnevale di Rio). Anche qui c’è tanta gente e ben presto ci perdiamo con la nuova amica. Pochi minuti e… cucù, ne spunta fuori un’altra, Rosa, incuriosita da come stavo ballando samba. E’ di Salvador ed è qui a Sao Luis per lavoro, per un corso di aggiornamento. Nuova amicizia, nuovo locale, infatti ci spostiamo di un altro isolato dove c’è una piccola discoteca. E si fanno le ore piccole! Anche oggi rientrare a dormire presto è stato impossibile.
A Sao Luis è proprio il giovedì la serata più movimentata della settimana, come a Rio il venerdì, a Salvador il martedì e nei piccoli paesi il sabato. Sembra che ogni città si scelga un giorno diverso per scatenarsi. Qui a Sao Luis però è più comodo perché la maggior parte delle attrazioni sono raccolte nel centro: teatro, musei, pensioni, hotel e vita notturna sono racchiusi in pochi isolati, circondati da antiche case coloniali che negli ultimi 20 anni sono state profondamente ristrutturate, tanto che il centro storico è stato riconosciuto dall’UNESCO patrimonio mondiale dell’umanità. La caratteristica più evidente delle case del centro di Sao Luis sono gli azulejos, le mattonelle di ceramica a tinte bluastre che rivestono le pareti esterne delle case, importate dagli invasori portoghesi. A volte però i restauri si son limitati alla facciata dell’edificio, mentre il retro cade a pezzi. Per di più è anche una città abbastanza sicura, confrontata alle altri capitali brasiliane. Nel centro si può girare tranquillamente anche di notte, anche se proprio l’ultima mia notte a Sao Luis hanno rapinato 3 turisti della Guyana Francese, a 100 metri dal mio hotel, nella strada dove passavo sempre per rientrare. A proposito, è stata la prima volta che ho incontrato persone di uno di quei tre staterelli del sud America dove non va mai nessun turista. Quindi esistono veramente!

La carrellata di musei che visito a Sao Luis sono: Museu do Negro (storia dell’espansione dei negri d’Africa nel Maranhao, situato nell’angusto edificio senza finestre dove venivano rinchiusi fino alla vendita), Museo storico della città e dei suoi dintorni, Museu Cultura Popolar (dove in particolare veniva illustrata la storia della festa più importante del Maranhao, “Bumba meu boi”, simpatica festa carnevalesca che si svolge da giugno ad agosto in ogni città di questo stato) e Museo Arti Visive (raccolta di antichi azulejos e quadri meno antichi).
Se però son rimasto più di tre settimane a Sao Luis non è solo per la bellezza della città, ma per la socievolezza dei suoi abitanti. Socievolezza che in Brasile aumenta man mano che si va a nord, cioè verso le zone più calde, come in Italia e in Europa aumenta andando verso Sud. E così un giorno esco per una tranquilla passeggiata nei dintorni dell’hotel e mi fermano due ragazze, che hanno alcune bancarelle di bevande sul marciapiede, le quali mi chiedono se le posso aiutare a fare i compiti di inglese, visto che sono straniero e secondo loro lo conoscevo di sicuro. Da quel giorno ogni volta che passavo lì mi fermavo a salutarle, a scambiare due chiacchiere, ad osservare come campavano, a bere uno dei loro gustosi frullati di frutta tropicale, e uno dei miei ultimi giorni a Sao Luis abbiamo passato un’intera giornata in spiaggia insieme. Lì ho scoperto che anche le nere di pelle si bruciano al sole! Una delle due amiche infatti è mulatta scura e, alla fine della giornata passata in gran parte sotto il sole forte, ha le spalle e il viso bruciato! In forma leggera rispetto ad un bianco, ma la differenza di colore si vede.
Un altro giorno ho fatto un giro per una via centrale, affollatissima di gente e negozi, dove ho rimediato altri 2 appuntamenti, uno con 8 commesse di un negozio per una serata in un locale dove si balla Forrò (eh eh, già imparato a Peritorò) e Seresta (ballo simile, più lento, tipico del Maranhao) ed un altro per andare al cinema con una di loro. E poi quasi ogni giorno si faceva qualcosa di diverso, finchè è arrivata la Pasqua e una di queste ragazze mi invita al grande pranzo di famiglia, che qui viene fatto il venerdì santo e non la domenica di Pasqua.
Quando arrivo nella povera casa di periferia c’è Cilene (la mia amica) con 4 fratelli, una sorella, la mamma, i cugini, i tre figli di lei, i figli dei cugini, la ragazza di un cugino, un sacco di gente insomma, con solo un adulto. Grandi preparativi, poi arriva il pranzo e c’è un tavolo dove ci sono le varie pietanze. C’è: riso bianco, fagioli neri, purè, torta di gamberi e piselli, pesce fritto, pasticcio di carote, pasticcio di vinagrete (verdure tagliate a cubetti con aceto) e l’immancabile farina di Manjoca. Da bere, a tavola in Brasile si beve solo “refrigerante”, cioè una bibita gassata (guaranà oppure coca-cola, fanta, etc.). Ma ora viene il bello! Ognuno riempie il proprio piatto con un po’ di tutto e poi… va a mangiare dove gli pare! Chi davanti al televisore, chi in un angolo da solo, chi fuori in cortile, chi davanti allo stereo, chi mentre legge. E dopo aver finito il pasto tutti via, in giro. Insomma, il pranzo serve qui solo per mangiare, non è come da noi un momento sociale in cui stare insieme. Neanche a Pasqua.
Arriva l’ultima notte a Sao Luis e, dopo oltre tre settimane sempre in compagnia di qualcuno, esco da solo. Ma, come scritto nelle prime righe di questo post, è molto difficile stare soli qui. Prima alcuni problemi con un telefono pubblico mi fanno conoscere due ragazze di Teresina, una grande città dell’interno, poi quando mi avvicino ad un bar dove c’è musica dal vivo un altro gruppetto di tre ragazze più un “bicha” (gay) mi chiamano ad unirmi a loro. Il “bicha” ci prova subito con complimenti e carezze ma gli faccio subito capire che deve cercare altrove. I gay qui in Brasile sono più tollerati e liberi che da noi, e capita spesso di vederne alcuni vestiti da donna, con tanto di trucco, tacchi e… tette.
I musicisti di oggi son bravissimi e molto divertenti. 11 elementi, di cui 8 percussioni (di varie forme), 1 flauto e 2 chitarrine brasiliane. Suonano “samba pagode”, la mia preferita, e sono seduti attorno ad un tavolo fuori dal bar, sbevazzando fra un pezzo e l’altro, e la gente beve e balla intorno a loro, nella strada. A metà serata uno degli undici è talmente sbronzo che si addormenta con la testa sul tamburo, nonostante il gran baccano intorno. I colleghi musicisti allora lo prendono e lo sdraiano per terra nel cortile adiacente, ricoprendolo con un costume colorato di carnevale (peccato non avere ora la macchina fotografica!). Tutti ridono, lui dorme e la musica riprende.
A mezzanotte il bar chiude ma il gruppo, nonostante stia suonando da 3 ore senza neanche una pausa, si alza e continua a suonare camminando per le viuzze del centro storico. E tutta la gente dietro che li segue cantando e ballando!
Si rientra ora? Manco per sogno. Incontro in strada Sarah, studentessa conosciuta qualche notte prima in discoteca, che mi invita ad andare con i suoi amici nel lungomare, dove ci sono tanti locali ancora aperti. Ok, andiamo!
Arriviamo nella “litoranea” (lungomare) e qui lo spettacolo è completamente diverso, al limite dell’assurdo. Dovete sapere che i ragazzi brasiliani che hanno i soldi per comprarsi l’auto, amano anche comprarsi l’impianto stereo dell’auto. Ma ci può essere qualcosa di sobrio in Brasile? La risposta è chiaramente NO e quindi l’impianto stereo è costituito da un normale lettore CD per auto e da un’enorme cassa con diversi altoparlanti che il fine settimana si monta nel portabagagli posteriore e si fa suonare poi a musica altissima con il portellone aperto. A volume da discoteca! Questo di solito accade in piazze o vie dove ci si riunisce con gli amici, ma qui stanotte ci sono decine e decine di queste auto una a fianco all’altra, tutte con il cofano aperto, che lanciano fuori musica di ogni tipo e una diversa dall’altra! Mentre cammino davanti al parcheggio, ogni due passi il genere musicale cambia dal forrò alla samba, dalla dance alla techno, dal revival all’axè. E davanti ad ogni auto c’è qualcuno che balla. Una baraonda generale!
Un paio di ore qui in un locale da ballo, all’aperto davanti al mare, e poi si rientra. Anche l’ultima notte a Sao Luis è finita e, nonostante sia uscito da solo come la mia prima notte qui, anche oggi non rientro certo presto a dormire.
Il giorno dopo, domenica di Pasqua, lascio Sao Luis, apparentemente città non particolarmente interessante e dove infatti quasi tutti i turisti si fermano 3 o 4 giorni al massimo, dove nonostante esserci rimasto ben 24 giorni vorrei tanto ritornare in futuro. Il Maranhao è stata una felice e inaspettata scoperta, e il merito è dovuto proprio alla lunga permanenza. Con la classica tappa di tre giorni non avrei scoperto proprio nulla. E questo è un elemento fondamentale per capire un paese: meglio fare meno tappe ma più lunghe, no assolutamente a tappe (mordi, fotografa e fuggi) di 3 giorni, molto amate da chi fa viaggi brevi. Anche avendo solo un mese a disposizione, a parer mio è meglio fare 3 o 4 tappe anziché dieci o più. Si vedranno meno posti ma in quei pochi si entrerà più in profondo, anziché scivolarci sopra.
Ed ecco la ricetta del “Guaranà De Amazonas”, energetica, eccitante (più del caffé) e prelibata bevanda che le due amiche della bancarella mi hanno fatto conoscere qui a Sao Luis. Bevanda scoperta dagli indios d’Amazzonia e ora diffusa in tutto il Brasile. Un bicchierone qui costa mezzo euro, e sazia quasi quanto un pasto. Forse in qualche negozio di alimenti esotici è possibile trovare, in Italia, gli ingredienti, che sono:
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- sciroppo di guaranà
- semi di cajù (“castanha”)
- polvere di guaranà
- mandorle macinate
- latte in polvere
- frutta (banana, papaia e avocado);
- mezzo bicchiere d’acqua
- ghiaccio
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Buttare tutto (anche il ghiaccio) dentro il frullatore e macinare bene. Poi versare in un grande bicchiere e bere pian piano con una cannuccia corta e larga, guardando l’orizzonte e pensando, pensando…
Se ora telefona il capo mandarlo pure a quel paese, con gentilezza però.
Se telefona il vostro partner pure, con ancora più gentilezza.
Dopo possibilmente non andare al lavoro e fare quello che vi pare.
:- )
Ciao!
Ps: non perdete la prossima puntata, è importante! (10 maggio, ore 12.00)
Di Admin (del 03/05/2007 @ 12:00:00, in Blog, linkato 1409 volte)
“Appena” 25 ore di autobus e, da Salvador, arrivo a Peritorò, piccolo e sperduto paesino dell’entroterra del Maranhao, uno degli stati più poveri del Brasile. A far che? Visita ad un centro di accoglimento per bambini poveri, gestito dalle suore della Congregazione ….. (non mi ricordo il nome…) e supportato da “Operazione Africa Onlus”, associazione di volontariato con sede a Cagliari, di cui fanno parte anche alcune mie colleghe di lavoro. E una di queste ultime ha anche adottato a distanza una bambina, e prima di partire le avevo promesso che sarei passato a trovarla. Ed eccomi qua, alle 18:30, scendere dal pullman pieno di stranieri come me (diretti nella grande città di Belem) nella polverosa e piccola stazione di Peritorò. Saluto le persone conosciute sul pullman che mi guardano meravigliate della mia destinazione, e mi avvio in un hotel vicino. Anche qui non manca l’avvertimento di un brasiliano che era sul bus sulla pericolosità del luogo. E questa volta, visto il buio della zona e la non conoscenza del luogo, decido di seguire gli avvertimenti e non uscire in giro la prima notte. Ma i giorni successivi scoprirò invece che è un luogo tranquillissimo per quanto riguarda la violenza. In Brasile si può dire che si corrono più rischi in proporzione alla grandezza della città. Le grandi metropoli sono le più pericolose mentre i piccoli paesini, dove tutti si conoscono, assolutamente no.
Il giorno dopo mi avvicino al centro dei bambini che però è chiuso (è domenica) ma riesco a rintracciare la casa delle suore con le quali concordo l’appuntamento per il giorno dopo. Andiamo anche insieme a fare una prima visita ad Ana Luiza, la bambina adottata, e poi ci separiamo. Prima però mi propongono, per la sera, di andare alla messa delle 19:30. “Certo, ci sarò!”, prometto io.
Inizio un lento rientro, girovagando qui e là nel paesino. A parte il centro, vicino alla stazione degli autobus, un po’ più moderno, gran parte delle case del paese sono fatte con mura di terra (argilla) e tetto di paglia (frasche di palma). Le casupole fatte di mattoni invece sono così semplici che non hanno né pilastri né muri portanti. Solo file di mattoni rossi tipo “foratini”. Chiunque ha costruito, da piccolo, case con le costruzioni “Lego” ha sufficienti conoscenze tecniche per costruire anche queste case!

Nel girovagare mi imbatto in 4 bambini che giocano a pallone, i quali mi chiedono se voglio giocare anch’io. “Certo”, rispondo, d’altronde con la mia abilità nel gioco del calcio forse arrivo a giocare al loro livello. Un’ora con loro, sotto il sole (oltre la camminata precedente) e quindi saluto i 4 piccoli Ronaldo e mi fermo in un bar centrale per una fresca birretta. E’ domenica e a poco a poco il bar inizia a riempirsi. Tre ragazze sedute nel tavolo a fianco mi invitano a sedermi con loro e, ovviamente, non mi faccio pregare. A questo punto iniziano a volare le ore fra chiacchiere, bottiglie di birra, nuovi amici che mi presentano, bottiglie di birra, musica e balli, bottiglie di birra, etc. Riesco infatti qui ad imparare il forrò, danza tipica del nord-est brasiliano.
Arrivano le 19:15 e intravedo le due suore che si avviano verso la chiesa, passando nella strada vicino al bar. Acc, se mi vedono ora mi rovino la reputazione per i prossimi giorni, penso, e così mi giro dall’altra parte cercando di nascondermi. Alla messa ci andrò un’altra volta.
Passa così la serata e arriva mezzanotte, e rientro in hotel. Non avrei mai pensato di passare una serata così divertente anche in un paesino di case di terra come questo. La prossima volta che farò un giro del mondo lo farò solo in Brasile, un giro del mondo brasiliano!
Lunedì mi ricompongo, indosso (come Diabolik) la maschera da turista serio e impegnato e mi avvio a visitare il centro per i bambini poveri.
Questo è una grande struttura, da poco ampliata, dove vengono accolti 200 bambini da 6 a 15 anni, divisi in due turni (mattina e pomeriggio). Ci sono due aule di recupero scolastico dove vengono ripassate (ma è più corretto dire “studiate”) le materie che i bambini dovrebbero imparare nella scuola pubblica, e poi altre aule dove viene insegnato qualche mestiere, in modo da dargli qualche opportunità in più per migliorare le loro povere condizioni di vita. C’è un’aula di cucito e artigianato (qui ci son solo femmine), una di informatica con 3 computer, una di serigrafia per imparare a stampare disegni e scritte su magliette e tessuti e un piccolo orto dove si insegna, appunto, orticoltura. Infine c’è una grande palestra per l’attività fisica. A tutti i bambini viene dato un pasto completo al giorno.
Un’importanza non secondaria della struttura ce l’ha il fatto che tutte le ore che i bambini passano qui sono ore in meno che passano in strada, visto che spesso non vengono seguiti dai genitori durante il giorno.
Quando entro a visitare le diverse classi i bambini si alzano in piedi e mi cantano una canzone di benvenuto! Sono tutti contenti ma soprattutto incuriositi di incontrare uno straniero, visto che in questo paese di turisti non ne passano mai. Quando poi ci facciamo qualche foto insieme si scatenano.
Chi volesse inviare un aiuto all’associazione, che ha anche avviato progetti di aiuto in altri stati (Africa in particolare), visiti il loro sito www.operazioneafrica.it
Ed ecco le foto di Peritorò!
Ciao!
Di Admin (del 01/05/2007 @ 02:19:08, in Blog, linkato 770 volte)
Ecco le foto di Salvador.
Sulla grande baraonda del carnevale ce ne sono pochissime perchè era troppo rischioso uscire la notte con la macchina fotografica. Solo l'ultimo giorno (martedì "grasso") son riuscito a scattarne un po' di pomeriggio, all'inizio dell'ultima sfilata.
Ciao!
FOTO SALVADOR
Prossime puntate:
(PERITORO') Il profondo Maranhao (+ foto) - Esce il 3 maggio, h. 12.00!
(SAO LUIS/1) La città
(SAO LUIS/2) Il maltese e la filosofia latino-americana
(SAO LUIS/3) Le foto
(BOM JARDIM) Nel convento delle suore (+ foto)
(ALGODOAL – BELEM)
(RIO DELLE AMAZZONI) 7 giorni in traghetto: il motore rotto, l’incagliamento, Nazarè.
(MANAUS) …
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10/09/2010 @ 12.49.39
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